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Nel lessico europeo, per dual use si intendono beni, software e tecnologie che possono essere usati sia per scopi civili sia militari, e in alcuni casi anche in ambito di sicurezza. Non è quindi una categoria che riguarda solo l’hardware “sensibile” in senso tradizionale: dentro questo perimetro rientrano componenti, sensori, sistemi di comunicazione, piattaforme robotiche, software, know-how tecnico e, in alcuni casi, anche forme di assistenza o trasferimento di conoscenza.
Il punto centrale, però, non è l’oggetto in sé. È il contesto d’uso. La stessa tecnologia che migliora un processo industriale, rende più efficiente una filiera logistica o abilita nuovi servizi digitali può, in un altro scenario, rafforzare capacità di sorveglianza, intelligence, resilienza critica o impiego operativo. Per questo il dual use non coincide con una distinzione netta tra civile e militare: descrive piuttosto uno spazio intermedio, in cui innovazione, sicurezza e responsabilità progettuale si toccano sempre più spesso.
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha preso atto di questa trasformazione rafforzando il proprio quadro regolatorio. Il Regolamento (UE) 2021/821 ha aggiornato il sistema dei controlli all’export, includendo non solo beni materiali ma anche trasferimenti di tecnologia, assistenza tecnica e alcuni casi di utilizzo finale sensibile. Questo sposta il tema del dual use fuori da una logica puramente doganale e lo porta dentro la progettazione: chi innova oggi deve chiedersi non solo “che valore creo?”, ma anche “in quali contesti questa tecnologia potrebbe essere impiegata, da chi e con quali implicazioni?”.
Un passaggio particolarmente rilevante riguarda il dominio cyber. Negli ultimi anni, la Commissione europea ha chiarito che alcuni strumenti di sorveglianza informatica, pur avendo utilizzi legittimi, possono essere soggetti a controllo qualora esista il rischio di un loro impiego per la repressione interna o per gravi violazioni dei diritti umani. Questo ambito non riguarda solo tecnologie industriali o manifatturiere, ma include anche software, sistemi di monitoraggio, analisi dei dati e capacità digitali avanzate.
C’è poi un livello ancora più sottile: la cognitive warfare, un concetto sviluppato soprattutto in ambito NATO per descrivere l’uso coordinato di informazione, disinformazione e strumenti digitali volto a influenzare il modo in cui individui e collettività percepiscono la realtà e prendono decisioni. In questo caso il bersaglio non è solo un sistema o una rete, ma opinioni pubbliche, fiducia collettiva e capacità di giudizio. Le operazioni di influenza nei recenti conflitti mostrano bene questo meccanismo: contenuti falsi o manipolati possono essere usati per aumentare polarizzazione e disorientamento anche fuori da un conflitto aperto.
Per dual use si intendono beni, software e tecnologie che possono essere usati sia per scopi civili sia militari, e in alcuni casi anche in ambito di sicurezza.
Per una startup early stage, entrare direttamente nel mercato della difesa è piuttosto complicato. I tempi di procurement sono lunghi, i requisiti di compliance elevati, i cicli commerciali complessi e la credibilità richiesta dagli interlocutori istituzionali difficilmente è compatibile con la struttura di un team giovane. Per questo, nella maggior parte dei casi, il primo approdo naturale non è il cliente militare finale, ma un mercato civile o industriale adiacente.
È qui che il dual use diventa interessante: non come etichetta, ma come traiettoria di crescita. Una startup può sviluppare una soluzione per logistica, energia, monitoraggio, mobilità, cybersecurity o infrastrutture critiche, validarla in contesti meno regolati, costruire processi, raccogliere evidenze operative e solo in un secondo momento trasferire quelle capacità verso applicazioni di difesa o sicurezza, direttamente oppure attraverso prime contractor e integratori. In questa prospettiva, il dual use non abbassa l’asticella: la sposta. Prima serve dimostrare affidabilità, robustezza e capacità di execution; poi diventa credibile affrontare un mercato istituzionale molto più esigente.
Per corporate e investitori, questo cambia il modo di leggere il deal flow. Il tema non è soltanto individuare “startup defence”, ma riconoscere tecnologie che nascono in mercati civili e che hanno un potenziale di utilizzo molto più ampio, anche in chiave di sicurezza, resilienza e protezione di asset strategici. È uno spostamento di sguardo che riguarda l’innovazione europea nel suo complesso.
La guerra in Ucraina ha reso visibile, in modo brutale, quanto rapidamente una tecnologia possa cambiare natura quando entra in un contesto operativo estremo. Droni, sistemi autonomi, sensori, strumenti di comunicazione e capacità digitali sono diventati parte di un ciclo di adattamento continuo, in cui velocità di iterazione, costo, disponibilità dei componenti e feedback dal campo contano quanto, se non più, delle architetture tradizionali. Diverse analisi internazionali hanno mostrato come il conflitto abbia accelerato l’adozione di sistemi unmanned e l’integrazione di tecnologie commerciali in usi operativi, riducendo i tempi tra sperimentazione, modifica e impiego.
Per chi osserva l’innovazione, la lezione è chiara: il vantaggio non nasce solo dall’invenzione della tecnologia, ma dalla capacità di adattarla rapidamente a bisogni reali. È questo uno dei motivi per cui il dual use va letto come infrastruttura dell’innovazione contemporanea, non come nicchia specialistica. Nei settori in cui servono rapidità, modularità e resilienza, il confine tra applicazione civile e applicazione di sicurezza tende a diventare sempre più poroso.
Anche la Polonia sta traendo lezioni molto concrete da questo contesto. Più che limitarsi ad aumentare la spesa militare che nel 2025 l’ha portata al 4,3% del PIL, il livello più alto nella NATO, il paese sta cercando di rafforzare la propria capacità industriale e di accorciare la distanza tra innovazione e bisogni operativi. Accanto ai grandi gruppi pubblici, stanno emergendo anche attori privati capaci di sviluppare droni, sistemi di comunicazione e soluzioni già vicine all’impiego reale. In parallelo, nuove iniziative legate a test, accelerazione e sperimentazione stanno rendendo l’ecosistema più aperto a tecnologie dual use e a forme di collaborazione più rapide tra ricerca, industria e utilizzatori finali. Più che un laboratorio startup in senso stretto, la Polonia sta diventando un caso interessante di integrazione tra priorità strategiche, capacità produttiva e innovazione applicata.
Il tema non è soltanto individuare “startup defence”, ma riconoscere tecnologie che nascono in mercati civili e che hanno un potenziale di utilizzo molto più ampio.
Quando si parla di innovazione in ambito dual use, si tende a concentrarsi sulla tecnologia. In realtà, spesso la differenza la fanno i processi. Una soluzione promettente non entra in mercati complessi perché “è brillante”, ma perché riesce a essere testata, adattata, validata e integrata con tempi compatibili con il bisogno reale. È qui che il rapporto con gli utilizzatori diventa decisivo.
Nei contesti più dinamici, il valore dei POC non sta solo nella prova tecnica, ma nella qualità del feedback raccolto. Chi utilizza sul campo una tecnologia, che si tratti di operatori, tecnici, system integrator o specialisti di dominio, non è semplicemente il destinatario finale dell’innovazione: ne diventa parte attiva. Questo accorcia la distanza tra chi progetta e chi usa, e rende più veloce il passaggio da prototipo a soluzione realmente adottabile. Le analisi più recenti sul teatro ucraino insistono proprio su questo punto: feedback loop persistenti, tempi di integrazione più rapidi e regimi di qualificazione più modulari stanno diventando elementi strutturali della competizione tecnologica.
Per startup e investitori, la lezione è molto concreta. In ambito dual use non basta avere una tecnologia forte: serve una tesi credibile su come quella tecnologia verrà testata, con chi, in quale contesto operativo, con quali requisiti di affidabilità e lungo quale percorso di adozione. In altre parole, il go-to-market conta quanto il prodotto
L’Unione Europea sta muovendosi su due piani complementari: da un lato ha irrigidito il presidio sulle tecnologie sensibili e sul dual use; dall’altro sta costruendo strumenti industriali e finanziari per ampliare l’accesso all’innovazione per la difesa. In questo secondo asse si colloca l’European Defence Fund, che sostiene ricerca e sviluppo collaborativi. A questo si affianca l’European Defence Industry Programme (EDIP), iniziativa da 1,5 miliardi di euro per il 2026-2027 pensata per rafforzare e modernizzare la base industriale europea, aumentare la capacità produttiva e sostenere resilienza tecnologica e sicurezza degli approvvigionamenti.
Dentro questa architettura, EUDIS è lo strumento con cui l’European Defence Fund estende il proprio raggio d’azione ai nuovi entranti: startup, scaleup, PMI e altri attori innovativi che sviluppano tecnologie difensive o civili con possibili applicazioni militari. Più che un semplice canale di finanziamento, è una piattaforma di accesso, accelerazione e connessione: secondo la Commissione ha un’ambizione complessiva vicina a 2 miliardi di euro entro il 2027, combinando risorse EDF e leva pubblica-privata, già nel 2026, si traduce in iniziative molto concrete, tra cui un Business Accelerator di 8 mesi per 40 startup e scaleup in due coorti, con 5 bootcamp, coaching, opportunità di test e voucher da 120.000 euro per azienda, oltre a hackathon e matchmaking con investitori, corporate ed utilizzatori finali. In prospettiva, anche la proposta di European Competitiveness Fund va nella stessa direzione: con una dotazione proposta di 234 miliardi di euro, il fondo punta a sostenere le tecnologie strategiche lungo tutto il percorso; al suo interno, una finestra da 125,2 miliardi è dedicata a resilienza e sicurezza, industria della difesa e spazio.
“Nell’ambito del programma EUDIS, in cui Zest ha ricoperto il ruolo di acceleratore locale per l’EUDIS Business Accelerator e in questo contesto abbiamo partecipato ai bootcamp organizzati nelle diverse città europee coinvolte.
In particolare, il bootcamp EUDIS di Cracovia è stato un’immersione di tre giorni nell’innovazione per la difesa europea, con il contributo di esperti di procurement, tecnologie avanzate e strategie ministeriali, insieme a rappresentanti delle forze armate e di enti militari.
Le best practice operative non sono emerse come semplici contenuti teorici, ma attraverso testimonianze dirette e confronti concreti, che hanno permesso di comprendere meglio processi e dinamiche reali del settore. La presenza di prime contractor polacchi e di aziende di primo piano ha inoltre aperto interessanti opportunità di sviluppo business per le startup partecipanti.
Un momento particolarmente rilevante è stato il contributo ucraino, che ha mostrato meccanismi di innovazione basati su un approccio lean e agile portato all’estremo, con una forte focalizzazione su sperimentazione e raccolta dati.
Esperti militari e industriali hanno condiviso le difficoltà operative sul campo e il confronto tra ecosistemi differenti, evidenziando vantaggi e criticità utili per validare e affinare le soluzioni delle startup in contesti reali.
Le startup escono da questa esperienza non solo con know-how tecnico, ma anche con una bussola più precisa per orientarsi in mercati complessi, costruire partnership strategiche e accelerare la crescita.
Tutto questo si inserisce nel quadro delle iniziative EUDIS promosse dalla Commissione europea e implementate tramite consorzi specializzati, con programmi di selezione e accelerazione in continua evoluzione.”