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2Hire, startup del portfolio Zest, sviluppa una piattaforma modulare che consente a operatori di car sharing, noleggio e servizi di mobilità di gestire auto, scooter, biciclette e altri veicoli connessi attraverso un'unica soluzione. Grazie alla propria tecnologia, oggi la piattaforma è attiva in oltre 60 città e 15 Paesi, supportando milioni di chilometri percorsi ogni anno.
Abbiamo investito in 2Hire nel 2017 attraverso il Programma di Accelerazione LUISS EnLabs, diventando il primo investitore istituzionale della startup con un investimento pre-seed, seguito pochi mesi dopo da un follow-on nel round seed. Fin dall'inizio siamo stati colpiti dalla determinazione imprenditoriale di Filippo Agostino e dalla capacità del team di attrarre competenze tecniche di alto livello per trasformare una visione ambiziosa in un progetto concreto.
All'epoca si trattava di una scelta controcorrente. Il mercato guardava soprattutto a modelli “only digital”, mentre 2Hire operava in un settore complesso come quello della mobilità connessa, caratterizzato da lunghi cicli di adozione e da una componente hardware che molti investitori consideravano un limite. Noi abbiamo scelto di guardare oltre, credendo nella loro visione: non costruire un servizio di sharing, ma l'infrastruttura tecnologica in grado di abilitare l'intero ecosistema della connected mobility.
La storia di 2Hire è particolarmente significativa per il nostro portfolio perché dimostra quanto, nel venture capital, contino la pazienza, la visione di lungo periodo e la qualità del team. In anni segnati da profonde trasformazioni del settore e dalle difficoltà legate alla pandemia, i founder hanno continuato a crescere con disciplina, resilienza e capacità di adattamento, trasformando una scommessa iniziale in una realtà internazionale.
In questa nuova edizione di Meet the Portfolio – Stories Behind the Investment, parliamo con Filippo Agostino del percorso che lo ha portato, insieme ai Co-Founder Elisabetta Mari, Matteo Filippi e Andrea Verdelocco, a costruire 2Hire, delle sfide affrontate lungo il cammino e della visione che continua a guidarne la crescita.
1. Come è nata l’idea di 2Hire?
L’idea è nata lavorando sul campo sulla digitalizzazione delle operations del car sharing e sulle esperienze keyless, ma c’è stato anche un trigger molto concreto: quando abbiamo provato a far partire uno scooter sharing a Roma ci siamo resi conto che eravamo più bravi a sviluppare tecnologia che a gestire un servizio di mobilità da operatori. Da lì abbiamo preso una direzione chiara: non fermarci alla micro-mobilità, ma costruire un layer tecnologico replicabile che abiliti veicoli (auto e flotte) su scala, indipendentemente dal brand e dal modello.
In quegli anni ti scontravi ogni giorno con lo stesso problema: per far funzionare un servizio di mobilità dovevi mettere insieme pezzi diversi (accesso al veicolo, telematica, dati, piattaforma di gestione, app) spesso con fornitori e standard differenti, e ogni nuova flotta o nuovo modello diventava un progetto a sé. A un certo punto ci siamo detti: il vero valore è costruire un layer unico, affidabile e ripetibile che astragga quella complessità e permetta agli operatori di orchestrare i veicoli connessi in modo semplice. All’inizio questa visione si traduceva anche in un’idea “plug and play”: un device che, installato sul veicolo, consentisse uso, controllo e monitoraggio da remoto in tempo reale (fino a diventare una “chiave digitale” via app).
Da lì è nata la visione di 2hire: un’API unificata e un’infrastruttura che renda la connected mobility scalabile, indipendentemente dal brand automotive. Siamo in quattro founder e l’idea ha preso forma mettendo insieme competenze diverse: io (Filippo Agostino, CEO) sulla visione strategica e sull’evoluzione del prodotto; Elisabetta Mari (COO) su operations, strategia commerciale e sviluppo del business; Matteo Filippi (CTO) sull’architettura e sull’esecuzione tecnologica; Andrea Verdelocco (Head of Engineering) sulla costruzione e scalabilità dell’ingegneria. Il percorso si è poi sviluppato dentro LUISS EnLabs, dove abbiamo trasformato questi problemi reali “di campo” in una piattaforma.
2. Quando avete capito che poteva diventare qualcosa di “reale”?
Quando i primi operatori con cui lavoravamo hanno iniziato a inflottare veicoli di brand e modelli diversi, ci siamo scontrati in prima persona con un problema molto concreto: ogni veicolo “parlava una lingua diversa” e integrare il layer di comunicazione con la piattaforma di gestione che avevamo sviluppato diventava ogni volta lungo, complesso e poco scalabile. Da lì è nata un’esigenza interna: creare un layer unificato che semplificasse l’accesso a dati e comandi, rendendo l’integrazione molto più immediata. Il vero segnale che c’era qualcosa di grande è arrivato quando abbiamo capito che quel problema non era solo nostro. Altri clienti, che avevano già le proprie piattaforme, si trovavano esattamente nella stessa situazione: integrare ogni nuovo veicolo significava tempo, costi e complessità tecnica. In quel momento abbiamo capito che quella che era nata come soluzione a un problema operativo interno poteva diventare una piattaforma scalabile con un valore molto più ampio.
3. Qual è stato il passaggio più delicato nel trasformare l’intuizione in prodotto?
Il passaggio più delicato è stato smettere di pensare “feature per singolo caso” e iniziare a costruire un’infrastruttura: un prodotto che fosse stabile, standardizzato e “API-first”, capace di reggere l’eterogeneità del mondo automotive. Abbiamo dovuto imparare a dire più spesso dei no, a scegliere cosa standardizzare e cosa lasciare flessibile e, soprattutto, a progettare con un’ossessione per affidabilità, sicurezza e qualità del dato.
Non volevamo costruire un servizio di sharing, ma l’infrastruttura che abilita la connected mobility.
4. Come avete validato le prime ipotesi di mercato?
Siamo partiti da conversazioni e prove sul campo con operatori di car sharing e noleggio, volevamo capire dove si bloccavano davvero i processi (onboarding veicoli, accesso keyless, telematica, gestione incidenti, antifrode, ecc.). La validazione è passata anche da un percorso “strutturato” nel 2017: entrando in LUISS EnLabs (LVenture Group) abbiamo concentrato in pochi mesi sviluppo, test e iterazioni, e con un primo round (seed) abbiamo potuto costruire un team e portare a terra un prodotto funzionante. Poi abbiamo validato costruendo piccoli “piloti” e integrando quello che serviva per dimostrare valore velocemente. La cosa che ci ha sorpreso di più è stata quanto il problema fosse trasversale e dovuto alla frammentazione di brand, standard e fornitori.
5. Se guardate alla vostra evoluzione, qual è stata l’iterazione più importante che ha cambiato direzione alla startup?
L'iterazione che ha cambiato davvero direzione è stata la transizione da "soluzioni per far funzionare un caso specifico" a "piattaforma". All'inizio siamo partiti dall'hardware perché era l'unico modo per connettere i veicoli: fino a pochi anni fa, senza un dispositivo telematico installato a bordo non avevi accesso ai dati del veicolo. In parallelo è arrivato un cambiamento tecnologico importante nel settore: i veicoli iniziavano a diventare nativamente connessi e i primi OEM aprivano programmi per dare accesso alle connected cars a terze parti. Abbiamo colto questa finestra e spostato il baricentro su un approccio software-driven e API-first, sfruttando la connettività OEM nativa dove disponibile e mantenendo un modello ibrido (OEM + retrofit IoT) per garantire copertura sui veicoli non ancora connessi. Sopra, API standardizzate e logiche comuni che permettono agli operatori di integrare tutti i veicoli in una volta sola. Questo cambio ha trasformato 2hire a infrastruttura abilitante: stessa piattaforma, use case diversi (noleggio, car sharing, fleet management, insurance), e possibilità reale di scalare a livello internazionale.
La connected mobility ha bisogno di standard, non di soluzioni isolate.
6. Cosa vi ha convinto a scegliere Zest come partner?
Cercavamo un partner che capisse che stavamo costruendo infrastruttura e che ci aiutasse a ragionare su execution e traiettoria di lungo periodo. Zest, uno dei più attivi operatori early stage in Europa, aveva esperienza concreta nel supportare team early-stage e nel metterli in condizioni di fare le scelte giuste quando le risorse sono limitate, oltre che fornire accesso a confronto e network.
7. In che modo il supporto di Zest è andato oltre il capitale?
Oltre al capitale, il supporto è stato soprattutto di metodo: confronto strategico quando dovevamo decidere priorità di prodotto e posizionamento, feedback sul go-to-market B2B e sui materiali per raccontare chiaramente cosa facciamo, e accesso a persone giuste (operatori, advisor, altri founder) nei momenti in cui una singola intro può farti risparmiare mesi. E poi un tipo di supporto “operativo” molto concreto: fundraising, hiring chiave, e la disciplina di misurare progressi su KPI che contano davvero.
8. Se doveste descrivere in una frase cosa significa “costruire con Zest”, cosa direste?
Avere un partner che ti aiuta a trasformare ambizione e complessità in execution, senza perdere il focus su ciò che crea valore nel lungo periodo.
9. Cosa vi ha ispirato a diventare founder?
L’ispirazione è arrivata dall’essere immersi in un settore che stava cambiando velocemente, ma con strumenti ancora troppo “analogici” dietro le quinte. Vedere ogni giorno inefficienze e frizioni enormi (e sapere che la tecnologia poteva risolverle) ci ha dato quella sensazione di urgenza: “se non lo facciamo noi, chi?”. E poi l’energia del percorso in accelerazione: stare a contatto con altri founder ti spinge a credere che costruire qualcosa da zero sia possibile.
10. Come gestite il team nei momenti di pressione o incertezza?
Trasparenza + priorità chiare. Nei momenti di pressione cerchiamo di non aumentare il rumore: chiarire cosa è “must”, cosa è “nice to have” e cosa non faremo. E poi creare un contesto in cui le persone possano prendersi responsabilità reali: fiducia alta, ma con metriche e aspettative esplicite. Il principio guida è proteggere focus e qualità, perché in una piattaforma infrastrutturale la credibilità si costruisce con l’affidabilità.
11. In un percorso così intenso, cosa vi tiene “grounded”?
Due cose: routine e persone. Routine, che passa anche per lavorare in maniera strutturata e standardizzata, perché ti dà continuità quando tutto cambia. Persone perché ti ricordano che non sei solo: co-founder, team e famiglia/amici che ti aiutano a tenere prospettiva. E, in generale, tornare spesso al “perché” del prodotto: quando vedi che quello che costruisci semplifica davvero la vita a un operatore, ritrovi subito il centro.
Costruire con Zest significa trasformare complessità e ambizione in execution.
12. Qual è il prossimo grande obiettivo per 2Hire?
Il prossimo grande obiettivo è accelerare ulteriormente la scala: più copertura OEM, più automazione e intelligence operativa sulla piattaforma, e più penetrazione internazionale con clienti enterprise. In pratica: rendere l’integrazione e la gestione dei veicoli connessi sempre più semplice e immediata per gli operatori, riducendo tempi, costi e complessità.
13. Qual è la vostra ambizione più grande?
Diventare lo standard di fatto per orchestrare i veicoli connessi a livello globale: il layer che permette a qualunque operatore di mobility di costruire servizi digitali sopra i veicoli, indipendentemente dal brand automotive e dal Paese. Se tra 5-10 anni “connected mobility” significherà API e integrazione semplice, vogliamo che 2hire sia una parte invisibile ma essenziale di quell’infrastruttura.
14. Se poteste lasciare un messaggio ad altri founder che stanno iniziando oggi, quale sarebbe?
Direi che serve tempo. È un percorso lungo, pieno di alti e bassi, e bisogna imparare a gestire soprattutto i momenti più difficili.
Prepararsi ai periodi complicati è importante tanto quanto godersi quelli positivi. Nel frattempo, è fondamentale raccogliere gli insight che emergono giorno dopo giorno e trasformarli in punti di forza.
Al di là di rari colpi di fortuna o di genio, ciò che fa davvero la differenza è la capacità di tenere duro e continuare a guardare l’obiettivo.
15. Se poteste incontrare una persona del mondo dell’imprenditoria (del presente o del passato), chi scegliereste e quale sarebbe la prima domanda che gli/le fareste?
Probabilmente qualcuno che ha costruito infrastrutture in mercati complessi e regolati (anche fuori dalla mobility). La domanda sarebbe: “Qual è stata la scelta di prodotto o di posizionamento che, col senno di poi, ha cambiato davvero la scala dell’azienda e come l’avete riconosciuta mentre stava accadendo?”
16. Se non aveste intrapreso questo percorso imprenditoriale, che strada avreste seguito — e perché?
Sinceramente non lo so, è stato il primo lavoro e non ho avuto l’occasione di pensare a cosa avrei fatto se non avessi iniziato con 2hire.
I guess we’ll never know…