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La storia dietro l'investimento in Trainect

Conosciamo Alberto Ronco, CEO e Co-Founder di Trainect, la startup che utilizza intelligenza artificiale e analisi dei dati per aiutare le aziende a comprendere e migliorare il benessere delle persone e le performance organizzative.

Trainect, startup del portfolio Zest, opera nel settore HRTech e ha evoluto la propria offerta da piattaforma digitale dedicata al corporate wellbeing a una soluzione di People Intelligence. Con IRIS, la tecnologia proprietaria basata sull’intelligenza artificiale, permette alle organizzazioni di analizzare le dinamiche interne, individuare potenziali criticità e prendere decisioni HR più consapevoli. 

Abbiamo investito in Trainect nel 2021, partecipando a un aumento di capitale insieme a Lazio Innova, società in house della Regione Lazio. Fin dall’inizio abbiamo creduto nel potenziale di una soluzione capace di rispondere a un’esigenza concreta delle imprese: valorizzare il benessere delle persone come leva strategica per la crescita e la competitività. 

La storia di Trainect è particolarmente interessante perché racconta l’evoluzione di una startup che ha saputo trasformare la propria proposta di valore seguendo le opportunità del mercato e i progressi tecnologici. Nel 2025 la società ha registrato una crescita del 100%, rafforzando il proprio portafoglio clienti e le collaborazioni con importanti realtà corporate. 

In questa nuova edizione di Meet the Portfolio – Stories Behind the Investment, parliamo con Alberto Ronco del percorso di Trainect, dell’evoluzione verso la People Intelligence, delle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale nella gestione delle risorse umane e della visione che guida la crescita della società. 

Come è nata l'idea di Trainect?

Trainect è nata da un sentimento che ho vissuto in prima persona negli anni in cui lavoravo in corporate: il talento sprecato. Persone capaci e motivate che le organizzazioni non mettevano nelle condizioni di dare il meglio.

Anche Simone e Loris avevano vissuto da vicino il malessere organizzativo, fino ad assistere alle dimissioni in blocco di un intero team. È stato lì che è scattata la scintilla: se le aziende non riescono a leggere ciò che accade alle loro persone, perdono valore senza nemmeno accorgersene. 

2. Quando avete capito che poteva diventare qualcosa di "reale"? Qual è stato il primo segnale concreto che vi ha fatto pensare: "Ok, qui c'è qualcosa"?

Quando le prime aziende hanno iniziato a pagare per lavorare sul benessere organizzativo, non come progetto di immagine, ma con aspettative concrete in termini di impatto.

Il segnale definitivo, però, è arrivato dai dati: insieme all’Università di Torino abbiamo validato un modello e siamo stati i primi a correlare in modo solido il benessere organizzativo con le performance individuali. Da quel momento non era più un’intuizione, ma una tesi dimostrabile. 

3. Qual è stato il passaggio più delicato nel trasformare l'intuizione in prodotto? Cosa avete dovuto imparare (o disimparare) lungo il percorso?

Il pivot del 2025. Avevamo clienti, fatturato e un posizionamento riconosciuto nel wellbeing, ma abbiamo scelto di cambiare traiettoria per diventare AI-native con IRIS.

Abbiamo dovuto disimparare l’idea che il valore risiedesse nel servizio o nello strumento: il valore sta nel modello, nella capacità di spiegare le cause e prevedere gli effetti delle decisioni sulle persone. Lasciare qualcosa che funziona per puntare su qualcosa che può funzionare molto meglio è la scelta più difficile per un founder. 

Il talento sprecato è il problema da cui è nata Trainect.

Dalla visione all’azienda

4. Come avete validato le prime ipotesi di mercato? Cosa vi ha sorpreso di più nel confronto con i primi utenti/clienti?

Lavorando a stretto contatto con i clienti, quasi come design partner. Con Lamborghini, ad esempio, abbiamo costruito insieme la Manager Area di IRIS.

La sorpresa più grande è stata scoprire che le aziende hanno già i dati, ma li tengono distribuiti tra HRIS e software diversi. Non mancano le informazioni: manca la capacità di collegarle e trasformarle in decisioni. 

5. Se guardate alla vostra evoluzione, qual è stata l'iterazione più importante che ha cambiato direzione alla startup?

Oltre al pivot verso l’AI, la svolta è stata quella relativa al go-to-market, a marzo 2026. Abbiamo ristretto il target alle aziende strutturate che dispongono già di un HRIS e posizionato IRIS come intelligence layer che si integra con lo stack esistente, senza richiedere migrazioni.

Questo ci ha permesso di dimezzare il ciclo di vendita nelle grandi aziende, passando da 6 a 3 mesi, e di concludere accordi in sequenza con realtà come Crédit Agricole, Alpitour, Sorgenia e Italgas. 

Il benessere organizzativo può essere collegato alle performance individuali.

Perché Zest?

6. Cosa vi ha convinto a scegliere Zest come partner? Cosa stavate cercando in un investitore?

Zest è stato un investitore super early: ha creduto in noi quando partivamo da zero, con un’idea forte ma ancora tutta da dimostrare. Cercavamo proprio questo: qualcuno disposto a scommettere sulle persone prima ancora che sui numeri.

In quella fase non ti serve solo capitale, ma anche i primi consigli giusti. Zest ci ha dato entrambi. 

7. In che modo il supporto di Zest è andato oltre il capitale?

Nei primissimi passi ogni scelta pesa il doppio e avere un interlocutore con esperienza su centinaia di startup in fase early fa la differenza: ti aiuta a evitare errori che altrimenti scopriresti a tue spese.

Il supporto di Zest ci ha dato metodo nel confronto su strategia e priorità e credibilità per costruire le fasi successive del nostro percorso di finanziamento, fino al round che stiamo chiudendo oggi. 

8. Se doveste descrivere in una frase cosa significa "costruire con Zest", cosa direste?

«Avere qualcuno che crede in te quando sei ancora a zero e che ti aiuta a muovere i primi passi nella direzione giusta». 

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The Human Side

9. Cosa vi ha ispirato a diventare founder? C'è una persona, un'esperienza o un momento che ha avuto un impatto decisivo?

Più che una persona, è stata una frustrazione: vedere dall’interno delle grandi aziende quanto potenziale umano restasse inespresso. A un certo punto ho capito che potevo continuare a lamentarmene oppure provare a cambiare le cose. 

10. Come gestite il team nei momenti di pressione o incertezza? Qual è il vostro principio guida nella leadership?

Con trasparenza: il team deve sapere a che punto siamo, anche quando le notizie non sono buone. Il primo trimestre del 2026 ne è stato un esempio: zero nuove chiusure, seguite poi da una serie di accordi conclusi uno dopo l’altro. In quei mesi, la regola è stata condividere la direzione e fidarsi delle persone.

Sarebbe paradossale sviluppare un prodotto dedicato al benessere organizzativo e non applicarne i principi in casa nostra. 

11. In un percorso così intenso, cosa vi tiene "grounded"? Abitudini, rituali, passioni, persone chiave...

Lo sport e la natura: bici, SUP, trekking e CrossFit. Da quest’anno vivo sul Lago di Como e questo equilibrio tra il lago e Milano ha cambiato il mio ritmo. Poi ci sono la lettura e la scrittura: sto lavorando al mio secondo libro, HRevolution. E, naturalmente, le persone vicine, che ti ricordano chi sei al di là della startup. 

Zest ha creduto nel team quando l’idea era ancora tutta da dimostrare.

Guardando al futuro

12. Qual è il prossimo grande obiettivo per lit?

Chiudere il round seed entro la fine del 2026, consolidare la crescita in Italia e aprire i mercati europeo e statunitense, a partire dal programma che stiamo valutando a San Francisco per l’inizio del 2027. 

13. Qual è la vostra ambizione più grande?

Diventare il punto di riferimento europeo per la People Intelligence: il livello di intelligenza che si colloca al di sopra dei sistemi HR esistenti e permette a ogni azienda di prendere decisioni sulle persone con la stessa precisione con cui prende decisioni finanziarie. 

14. Se poteste lasciare un messaggio ad altri founder che stanno iniziando oggi, quale sarebbe?

Non innamoratevi della prima versione della vostra idea. Innamoratevi del problema. Noi abbiamo cambiato prodotto, mercato e modello, ma il problema che vogliamo risolvere è lo stesso del primo giorno. 

15. Se poteste incontrare una persona del mondo dell'imprenditoria (del presente o del passato), chi scegliereste e quale sarebbe la prima domanda che gli/le fareste?

Adriano Olivetti. Gli chiederei: «Come si costruisce un’azienda che cresce perché le persone stanno bene, e non nonostante questo?». 

16. Se non aveste intrapreso questo percorso imprenditoriale, che strada avreste seguito — e perché?

Non credo che sarei rimasto fermo. Avrei comunque costruito qualcosa, magari fuori dall’Italia, in un contesto in cui sentirmi parte di chi sta disegnando il futuro. Il bisogno di contribuire a qualcosa di più grande è lo stesso che oggi mi spinge a fare impresa: Trainect è semplicemente il modo in cui ho scelto di farlo. 

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